Prosegue con un piede dal ferramenta (articoli più diffusi: la cesta della biancheria e la borsa dell’acqua calda) e uno nei grandi empori di design (l’ultimo, JannelliVolpi a Milano, con collezioni di mobili o per la tavola), la strategia di crescita di Seletti, azienda familiare con sede nel Mantovano, specializzata fin dagli anni 60 nell’import di casalinghi dalla Cina, e dal 2000 attiva nella produzione di oggettistica: linee per la tavola e arredo, che reinterpretano in chiave ironica il design anonimo.

«Il nostro credo è sempre stato fare arrivare i prodotti giusti sul mercato a un prezzo interessante», spiega a ItaliaOggi Stefano Seletti, direttore commerciale e creativo con la sorella Miria, del gruppo fondato dal padre, Romano, tutt’oggi presidente della Seletti. E la formula del design democratico ha valso nel 2011 ritorni per 11 milioni di euro, con stime di crescita «del 10%» per l’anno in corso.

«Certo il business in 40 anni ha cambiato volto: agli esordi oltre l’80% degli articoli a catalogo era importato per la gdo e il resto prodotto da noi, oggi la situazione è capovolta», racconta Seletti, «ma la sfida resta sempre quella di accontentare più canali e, in questo senso, il ferramenta di quartiere, prima della gdo e dei multimarca, è stata la palestra più interessante per trovare gli articoli appropriati a un certo momento storico».

Come i sottopentola di paglia o le ceste, importate da Seletti fin dagli esordi, e fino alla scatola di metallo dei biscotti trasformata in porta oggetti, il primo vero prodotto a marchio, «prendendo l’idea dalle scatole fatte in Cina per i grandi marchi dolciari», continua Seletti.

Il manager ha cominciato a seguire il padre nei suoi viaggi verso l’ex Celeste Impero a 17 anni e quindi a conoscere e selezionare tutti gli stabilimenti che oggi producono le «oltre mille referenze Seletti, dalla borsa dell’acqua calda alla collezione design».

Fra le altre, Estetico quotidiano, una linea da tavola che reinterpreta con la ceramica gli oggetti di uso comune (dal portauova al cartone del latte) e con cui Seletti ha fatto il suo ingresso in diversi ristoranti (Cracco fra gli altri) e in tremila negozi nel mondo «inclusi gli empori di design non focalizzati sulla tavola».

Novità per il 2013, a livello produttivo, è una collezione che attinge direttamente dall’arte: «Si tratta di un servizio smaltato in collaborazione con Maurizio Cattellan e Pierpaolo Ferrari, che riprende il nome del loro magazine Toiletpaper e che presenteremo al Salone del Mobile», spiega Seletti. E anche qui una sfida sul prezzo «non più di 10 euro a piatto, mi piace avvicionare l’arte in modo democratico».

Mentre nell’illuminazione, un settore sul quale l’azienda si è affacciata da qualche anno, nascerà Egg of columbus, la sospensione disegnata da un’ex allieva di Fabrica, Valentina Carretta, e fatta con il cartone delle uova: «Anche qui prezzo al pubblico 10 euro, e la vorrei vedere esposta impilata, come i piatti in un magazzino», dice Seletti.

A livello retail sono allo studio nuove formule distributive: «Abbiamo appena aperto il nostro primo shop in shop da JannelliVolpi a Milano», sottolinea il direttore creativo, «è un modo per avvicinare anche il mondo contract o comunque degli architetti. Ma i tempi per un monomarca sembrano lontani.

«Devo ancora trovare la formula giusta che ho in parte riprodotto nella nostra sede di Cicognara (Mantova)». Un sito ultramoderno con torre-scultura di container «quelli lasciati dai trasportatori perchè danneggiati», che comprende uno show room con tutte le referenze e un magazzino a energia solare (il terzo più grande in Italia) completamente indipendente. Costo dell’operazione, «un milione di euro».