Inventori si nasce o si diventa?
Nicola Lussorio Cau, ricercatore torinese, non ha dubbi: la creatività e l’intuito sono doti che si osservano già da piccoli, ma che da sole non bastano per realizzare  business di successo.

A lui, che a otto anni i giocattoli li smontava per creare gli oggetti più svariati, la passione non è mai mancata, ma è stato un incontro provocatorio tre anni fa a indirizzarlo lungo la strada che lo ha portato, insieme a
Paolo Bonfiglio, a mettere in piedi quella che oggi è una delle
startup italiane più promettenti. Il gioiellino cresciuto in
I3p, l’incubatore per imprese innovative del
Politecnico di Torino, si chiama
Phidrive ed è un progetto imprenditoriale che propone una tecnologia di azionamento piezoelettrico dalle molteplici applicazioni, il primo in Italia nel settore dei
motori piezo. La startup, già vincitrice della
Start Cup Piemonte e Valle d’Aosta 2012, lo scorso 30 novembre a Bari si è aggiudicata anche il trofeo più ambizioso, quello del
Premio nazionale per l’innovazione nella sezione industrial. Alla base di
Phidrive c’è la tradizione dell’ingegneria
vecchio stampo: quella che punta tutto sulla meccanica, senza alcun intervento dell’elettronica.

Nicola, quando è nata l’idea?

“Nel 2009 assistetti a una conferenza all’Università di Bergamo al posto di un mio collega che per altri impegni non poteva partecipare. Si può dire che Phidrive è nata in quell’occasione. Tra i relatori c’era Guido Furxhi,  uno dei pionieri nell’utilizzo del piezoelettrico in Italia, che lanciò una provocazione alla platea: voleva che qualcuno si cimentasse nell’invenzione di motori piezoelettrici rotativi che all’epoca ancora non esistevano. Io abbozzai immediatamente un’idea su un foglio e gliela mostrai durante una pausa. Furxhi, dopo un momento di sorpresa, giudicò innovativa la mia intuizione e mi suggerì di brevettarla”. 

Quali sono state le fasi successive?

“Chiesi aiuto al mio amico progettista Paolo Bonfiglio, specializzato in macchine ad alta precisione. In tre anni abbiamo registrato tre brevetti e realizzato altrettanti prototipi, cercando progressivamente di risolvere i difetti del progetto in modo da renderlo appetibile per il mercato. Abbiamo già ricevuto gli apprezzamenti di numerose aziende, tra cui
Physik Instrumente, la più grande produttrice di azionamenti piezoelettrici a livello mondiale e ora siamo in trattativa con alcuni potenziali clienti”.

Ci descrivi in poche parole che cos’è un motore piezoelettrico?

“L’applicazione più comune è quella degli accendini piezoelettrici, che si acquistano nei supermercati. Il materiale piezo ha delle proprietà particolari: se lo si schiaccia provoca una scintilla e permette all’accendino di emettere la fiamma. Viceversa, se gli si fornisce corrente, questo si deforma, anche se in maniera quasi impercettibile. Ed è proprio sul secondo aspetto che si basa Phidrive: i nostri motori funzionano al contrario degli accendini, perché utilizzano meccanismi che a partire dalle alterazioni del materiale piezo riescono a trasformarne gli spostamenti in movimenti visibili. Al centro del funzionamento c’è quindi la capacità di convertire un qualcosa che in partenza è microscopico in un movimento visibile. Il tutto senza alcun intervento di tipo elettronico. Se ci pensiamo, un tempo le macchine funzionavano semplicemente grazie ai meccanismi”. 

Quali sono gli ambiti di applicazione?

“Sono molteplici: basti pensare a tutto ciò che per attivarsi necessita di un motore. Con Phidrive stiamo puntando su applicazioni ad alta precisione: allo stato attuale di sviluppo, infatti, laddove si ha la necessità di miniaturizzare e di essere molto precisi l’utilizzo degli attuatori piezoelettrici rappresenta la soluzione più efficace. Il fatto che questi motori debbano essere personalizzati di volta in volta in base alle esigenze dei clienti, poi, fa sì che la tecnologia sia applicabile a settori differenti. Per ora abbiamo preso in considerazione i campi dell’ottica, della metrologia, delle macchine utensili e della biomedica”.

Come investirete i due assegni da 25mila euro ottenuti dalla Start Cup regionale e dal Premio nazionale per l’innovazione?

“I soldi ci verranno corrisposti solo dopo che l’azienda verrà costituita, ovvero intorno alla metà di gennaio. Credo che spenderemo la maggior parte del denaro in proprietà intellettuale. Successivamente inseriremo nel nostro team di lavoro, al momento composto solo da me e Paolo, una figura con competenze manageriali”.

Quanto è costato finora il vostro progetto?

“In tre anni di lavoro abbiamo speso circa 20 mila euro, per registrare i brevetti, che rappresentano la parte più costosa, e per realizzare i prototipi. Senza poi calcolare il fattore tempo: io ho un impiego come ricercatore del Cnr, dove mi occupo di dinamica delle strutture, mentre Paolo lavora a tempo pieno come progettista. Fino a che Phidrive non avrà una massa critica in grado di garantirci la sussistenza continueremo a svilupparla nei ritagli di tempo e con le risorse di cui disponiamo. Diciamo che se in Sylicon Valley l’innovazione partiva dai garage, la culla di Phidrive è stata il mio sgabuzzino, che tuttora ospita il mio pc”.

Phidrive resterà in Italia anche in futuro?

“Credo di sì, o almeno ci proveremo. Phidrive avrà sede a Torino e la nostra speranza è quella di rimanere in Italia. Come gli altri sturtupper vogliamo inventare qualcosa che aiuti il Paese a svilupparsi”.

Quali consigli daresti a un giovane che avesse un’idea brillante ma non sapesse come muoversi?

“Innanzitutto gli consiglierei di rivolgersi a un incubatore, una struttura in grado di valutare l’idea e che rappresenta un canale per dare visibilità alla propria invenzione anche attraverso la partecipazione a concorsi di alto livello. Io costruisco macchine da quando ero piccolo, la mia prima invenzione è un aspirapolvere da tavolo che ho creato a otto anni con la scatola di una lampadina, la batteria di una macchina fotografica usa e getta e il motorino di un giocattolo. Nella mia vita ho inventato un sacco di cose che però non hanno avuto seguito. Il segreto è puntare su una sola idea delle mille che ti vengono in mente”.

Ma come fare per capire che è quella giusta?

“Sicuramente incide molto il riscontro degli altri. Il problema non è tanto avere l’intuizione, ma trovare le persone giuste alle quali raccontarle. Perché se è vero che sono pochi gli inventori, sono ancor meno le persone in grado di capire il valore di un’idea”.