Ma con quale realtà deve confrontarsi, oggi, la Scuola?

Categoria: La Storia magra

04/12/2012

Un articolo sulla Scuola di oggi che pare la Scuola di ieri . Il “principio di irrealtà” e la generazione che incominciò a dire “cioè” e “nella misura in cui”. La coscienza filologica.

 

L’articolo che ha sollecitato la mia riflessione è costruito su questa base: gli studenti di oggi non hanno quasi nulla in comune con gli studenti di 50 anni fa, eppure “di fronte a questa rivoluzione culturale, l’insegnamento scolastico e universitario non è cambiato molto, sia che si guardi alle sue forme (i modi attraverso i quali il sapere viene comunicato“, sia che si guardi alla sua sostanza (le cose che vi si insegnano)”.

 

Quindi, poiché il compito della scuola e dell’università è quello di “ comunicare ai giovani il sapere accumulato“ – un cumulo enorme, spropositato -, è necessario fare una selezione: bisogna stabilire “cosa studiare a scuola“. Non lo possono stabilire né i docenti universitari, che vivono – scrive l’autore dell’articolo – “nel mondo della luna“, né i tecnici della pedagogia, “ altrettanto alieni dalla compromissione con la realtà delle classi.”. Solo gli insegnanti possono risolvere il problema. “Nell’ambito umanistico – continua l’autore – che è quello che mi è più famigliare, il problema dell’acculturazione si converte soprattutto in un problema di cronologia, e insomma di distanza delle discipline e degli argomenti insegnati rispetto all’oggi.”.

 

Come conciliare lo studio di “epoche e mondi lontani“ con l’esigenza che gli studenti non vivano “il presente da stranieri ?“ “Che fare dunque, dare ragione al mondo ? Almeno in parte sì. E nel caso concreto: rinunciare alla storia?“. Mi fermo qui. L’articolo potrebbe essere stato scritto 30, o anche 40 anni fa. E invece il pezzo è stato pubblicato sul “Corriere della Sera“ il 29 novembre, non è passata nemmeno una settimana, con il titolo “Ascoltiamo gli insegnanti – Si dà troppo spazio a voci lontane dalla realtà della scuola “. Ne è autore Claudio Giunta, docente di letteratura italiana all’ Università di Trento. Certo, è in atto una rivoluzione culturale, e la scuola deve confrontarsi con la società dei navigatori di Internet, armati di tutti gli attrezzi che sappiamo.

 

Ma oggi noi viviamo solo la fase acuta di una rivoluzione innescata dai moti sociali e culturali degli anni ’60, e alimentata dalle “catastrofi“ del secondo Novecento, di quel cinquantennio in cui sono esplose tutte le contraddizioni del “secolo breve“, del secolo più breve e più agitato. Il dibattito sull’utilità dello studio della storia è stato acceso dalla rivoluzione culturale del ’68 in nome di quel “principio dell’irrealtà” che Remo Bodei ha così descritto in “Il noi diviso“, pubblicato nel 1998:

 

Una storia immaginaria, fermentante (anche in senso creativo) affianca e spesso sorpassa la storia reale. E’ la fine inconsapevole, per questi giovani, dell’egemonia dello storicismo, della volontà di ancorarsi a una realtà di cui occorre analizzare attentamente i vincoli e le possibilità….Le parole d’ordine prevalenti nel Sessantotto e negli anni immediatamente successivi (“immaginazione al potere “, “contestazione”, “trasgressione”, “desiderio dissidente”, “vogliamo tutto”) rivelano una spontanea linea strategica nell’evitare ogni confronto sul concreto o nell’alterarlo secondo le aspettative di volta in volta prevalenti“.

 

Nel 1970, quando ho incominciato a insegnare, la disciplina della Storia era già come il corpo di San Sebastiano, bersaglio di frecce che piovevano da ogni parte: è una disciplina senza statuto scientifico, è un inutile catalogo di date, è un repertorio di nozioni, si salva (forse) solo se diventa storia sociale, e storia del presente. Ma i programmi ministeriali erano intangibili, e perciò i libri diventarono di anno in anno mattoni sempre più massicci, fino a sdoppiarsi e a tripartirsi: il risultato fu quello che molti speravano: il fastidio degli allievi, la fatica degli insegnanti, l’affossamento della disciplina. I quiz che sono stati propinati agli aspiranti docenti nei concorsi di quest’anno sono – l’ha detto Luciano Canfora – un oltraggio alla coscienza filologica, fondamento primo del sapere scientifico e categoria essenziale per chiunque intenda discutere di qualcosa con qualcuno, del prezzo del prosciutto con il salumiere, e, con gli alunni, degli errori di logica linguistica in un tema e in una versione, e della soluzione di un problema di geometria.

 

Molti tramarono, negli anni ’70 e ’80, perché si dissolvesse la coscienza storica, che è coscienza laica: la nebbia del silenzio scese sul recente passato, il fascismo, la guerra, il dopoguerra dei misteri, neri, rossi e democristiani. Che i giovani si allontanassero dallo studio della storia, e, affascinati dal principio dell’irrealtà, si disinteressassero dell’hic et nunc, del “ qui, ora “, per scaricare solo sul futuro – un lontano futuro – il furore del sogno e dell’immaginazione, fu un terno al lotto per i pescecani del potere: divennero i padroni del presente e decisero che fosse un presente eterno. Infatti, siamo ancora nelle loro mani.

 

I giovani internauti di oggi avvertono, come i giovani degli anni ’70, il fascino del “principio dell’irrealtà“: tra l’altro, si servono dei loro stessi intercalari, che vennero illustrati da Edmondo Berselli in un libro del 1994, “La cultura degli italiani“: “nella misura in cui“, “il massimo stilema linguistico“ tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, usato da chi postulava tra complessi fenomeni politici e sociali relazioni così chiare che non gli sembrava necessario darne la prova: è così, lo sappiamo tutti che è così, e ogni testimonianza contraria è falsa; “cioè”, nesso logico necessario per stabilire un’equivalenza tra due concetti o principi qualsiasi, in una prospettiva logica che non distingue più il vero dal falso; “in qualche modo”, “la formula che negli anni ’90 allude a oscuri e non descrivibili, ma comunque intuibili e rilevanti attriti fra i processi di cambiamento.”.

 

L’attacco all’insegnamento della Storia fu contemporaneo a quello condotto contro la cultura umanistica e contro il Liceo Classico, “nella misura in cui“ era scuola classista, “cioè “ per i figli dei ricchi. Era una menzogna tanto lampante, quanto volgare: ma faceva comodo a molti. E dunque venne battezzata come verità. Nei discorsi dei nemici della cultura umanistica il latino e il greco non erano più “lingue antiche“, ma “lingue morte“. Eppure ancora oggi gli intellettuali che discutono di cose serie, la democrazia, la libertà, la morale, la morte, citano Parmenide, Eraclito, Platone, i sofisti, Sofocle, Cesare. E’ un dettaglio. Ma forse il compito della scuola è proprio questo, far sì che i giovani sappiano leggere il mondo attraverso i dettagli.

 

Un docente di storia dell’arte ci fece capire il Seicento confrontando il cestino di frutta e il piatto nelle due versioni caravaggesche della “Cena in Emmaus”, ed è probabile che io possa comprendere il mondo in cui vivo, questo infinito vortice di notizie e di immagini, anche riflettendo sulla incredibile lacca color indaco spalmata sulle unghie delle mani della severa ragazza che poggia davanti a me, sul banco del bar, il bicchiere d’acqua e la tazza di caffé. Alla prossima.
(Foto: quadro di Francis Picabia, L’occhio cocodylate, 1921)

 

LA STORIA MAGRA

 

 

 

Autore: Carmine Cimmino