11 ottobre 2012

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di Nello Musumeci – Ho letto con interesse e con sentita partecipazione l’appello che alcuni intellettuali hanno indirizzato ai candidati alla Presidenza della Regione Siciliana: l’ennesimo grido d’allarme di alcuni tra quei talenti nati e spesso formatisi sull’isola, ma ancor più spesso costretti a fuggire.
 La Sicilia è un giacimento di risorse culturali immenso. Una terra con una grande vivacità intellettuale e con una quantità di beni storico-artistici, paesaggistici, ma anche immateriali che pochi luoghi possono eguagliare. Una terra che possiede talento: intelligenze, abilità, bacini di idee e di intuizioni. Centinaia di cervelli, troppo spesso in fuga.
 Chi si lamenta, oggi, ha ragione da vendere. Questo tesoro è stato spesso dimenticato, ignorato, se non offeso. Un’isola, la Sicilia, che ha lasciato scivolare la propria bellezza in un degrado progressivo e irresponsabile. Sia sul piano della conservazione, che su quello dell’innovazione, siamo deficitari: quando la memoria è fiacca, il futuro non può che essere incerto. E se la cultura si radica sempre nel presente, lo sguardo sulla contemporaneità si nutre delle nostre radici. Da questo incastro si costruisce l’identità di un popolo. Dimenticare uno solo di questi aspetti significa fallire, essere fuori dalla storia.
Molto si sarebbe potuto fare, pochissimo è stato fatto. Nei termini di fruizione e in quelli di produzione. E allora non ho difficoltà a dire che la cultura deve rientrare d’urgenza in un piano di risanamento, definendosi come quell’asset strategico che, insieme al turismo, può e deve aiutarci a crescere.

Tutti i beni dell’isola – archeologici, paesaggistici, monumentali, artistici – vanno trasformati in volano per innescare processi economici virtuosi. Ma cosa può produrre la cultura? Sviluppo, qualità della vita, lavoro. Perché sono la bellezza e la qualità della vita ad attirare altra bellezza e altri capitali, a nutrire il turismo e a incoraggiare gli investimenti. Sviluppo significa sfruttare le risorse locali, umane e materiali, investendo nelle produzioni – spettacoli, mostre, film, festival, concorsi di idee – e rifiutando la logica colonialista dei pacchetti preconfezionati e importati; significa esportare la nostra creatività all’estero, intavolando relazioni e scambi internazionali; significa riqualificare il patrimonio immobiliare inerte o dismesso, anche attraverso progetti creativi, residenze, format temporanei; significa creare partenariati eccellenti con il mondo dell’impresa, formulare modelli di gestione co-partecipata, promuovere servizi al pubblico che incentivino l’indotto e incoraggino la fruizione del bene; significa studiare formule ad hoc per il turismo culturale e dialogare con gli altri enti locali per la costruzione di circuiti efficienti e integrati; significa riqualificare le zone periferiche, le aree di archeologia industriale e gli edifici dismessi, impiantando nuovi spazi con potenzialità produttive (atelier, studi, location cinematografiche, sale teatrali, incubatori per imprese di design, auditorium…) e al contempo rivitalizzare i centri storici prevedendo la costituzione di “distretti dell’arte”, su modelli internazionali: quartieri della creatività con politiche immobiliari mirate e con agevolazioni per gli artisti, le associazioni e i piccoli imprenditori di settore, in cui un indotto fertile – dall’artigianato alla micro imprenditoria – possa essere stimolato e coinvolto nei processi di produzione.
E sono solo alcuni esempi possibili, per riconsiderare la cultura in termini dinamici e di sviluppo.



Io non voglio ripensare questa terra prescindendo da un’idea complessiva, da una visione. E a produrre idee e visioni, oggi, prima che i politici e gli amministratori, sono gli artisti e gli intellettuali. Il sodalizio tra questi due fronti è prezioso, irrinunciabile. Servirà allora un tavolo di lavoro, un osservatorio costante, un confronto con le forze imprenditoriali – risorse fondamentali per rilanciare il settore – e servirà un dialogo con i protagonisti della cultura siciliana.
Quello che ho realizzato in passato, come Presidente della Provincia di Catania, è già una testimonianza. Ed è una linea che voglio intensificare. Perché non accada più, per esempio, che degli ottimi progetti culturali, finanziabili attraverso i fondi europei, rimangano nel limbo della teoria o nell’orizzonte del fallimento. Sfruttare le risorse dell’Europa fino all’ultimo centesimo e solo a fronte di una pianificazione ragionata, improntata sulla qualità: una sfida che non è più rimandabile.


La ricetta per la Sicilia del domani? Essere quello che siamo. Espandendo il nostro stesso potenziale: agricoltura, pesca, artigianato, paesaggio, turismo, piccola imprenditoria, cultura. I modelli di gestione virtuosa, sviluppati dalle grandi democrazie europee, sono da emulare; ma è la nostra identità a dover essere protetta e fortificata.
Quello della cultura, dunque, non è un tema che posso ritenere secondario. Non soltanto per un fatto di “opportunità” economica, ma anche dal punto di vista della maturità e della consapevolezza di una comunità sociale. E la politica stessa, in fondo, sarebbe da intendere nell’accezione nobile di pratica culturale. Come era un tempo. Io continuo a credere che non esista politica senza pensiero, senza esercizio critico, senza capacità di leggere il mondo e di progettarlo. Un nuovo modo di intendere il concetto di “governo”, probabilmente, passa anche e soprattutto da qui.


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