testo di Angela Rui
Si assiste in Triennale alla manifestazione di un’energia – profonda – che tutti conosciamo, a cui tutti per natura tendiamo, principio e fine di ogni felice o drammatico sentimento esistenziale.
La matrice di KAMA. Sesso e design, mostra che utilizza come registro il rapporto tra Eros e Progetto, coltiva l’idea che il sesso – vitale, sacrale, gioia della vita, che nell’antichità ha abitato le stanze dei nostri padri come presenza abituale e domestica che si rifletteva negli oggetti quotidiani – sia uno dei temi antropologici che affronta le radici delle grandi problematiche con cui tutti gli uomini si confrontano, ma da cui il mondo del progetto aveva preso le distanze.
Se l’arte contemporanea riesce ancora a vivere, esorcizzare, digerire il “sentimento” e la forza vitale – con tutti i suoi investimenti psicanalitici – della società in cui opera, nel design e nell’architettura tutto ciò rimane sottotraccia, come fossero ancora vittime di un pensiero moderno che nel tentativo di reagire alle grandi tragedie del XX Secolo, si era dedicato alla ricostruzione ottimista e funzionalista della società, di fatto allontanando il mondo del progetto da un rapporto sincero, accogliente, anche un po’ dark, con la storia degli uomini.



KAMA. Sesso e design, pur rivelandosi una mostra “casta”, senza scompiglio, senza strappi, senza dolore, dove la dimensione dionisiaca appare domata – ben organizzata su un “tavolo anatomico” – e dove c’è più karma che kama, e più corpi che sesso, è una mostra che documenta la liberazione a cui l’ingresso nel XXI Secolo assiste, e che vede la cultura del design riappropriarsi di un linguaggio che è in primis antropologico, e che appare, perché no, turbato, intimo, privato, profondo.

L’ordinamento della mostra ha origine nell’atlante anatomico del corpo erotico reificato, sezione che raccoglie più di trecento opere distinte in sezioni che per la maggior parte fanno riferimento a parti anatomiche (Priapo, Origine du monde, Seni, Orifizi, Glutei, Accoppiamenti), come se la stessa immagine collettiva e condivisa del corpo erotico venisse oggettivizzata in una moltitudine di interpretazioni ordinate secondo porzioni didascaliche.

 


E la cui genesi è da rintracciare tra gli “archetipi”, dove appaiono “reperti oggettuali di epoche in cui il sesso era nelle cose, e parlava per il loro tramite, e animava la vita quotidiana” senza imbarazzo, tanto nella vita privata che in quella pubblica della polis. Sono queste tracce di una sessualità (e di una sensualità) rivelata che conducono l’idea curatoriale di Silvana Annichiarico, direttrice di Triennale Design Museum, che scrive: “Questa mostra nasce da un’urgenza: la necessità (e la volontà) di riconsegnare al design la facoltà di dare risposte “materiali” e “oggettuali” ai grandi nodi ontologici dell’esistenza. KAMA. Sesso e design (…) è una mostra che studia come il sesso si deposita negli oggetti di uso quotidiano.(…) Guarda piuttosto alla cultura materiale precristiana e pagana, quando il sesso era inciso negli oggetti, quando le decorazioni itifalliche erano ovunque e non avevano nulla di proibito. (…) Gli oggetti non strettamente funzionali hanno una funzione esistenziale. Detto altrimenti: sono oggetti epifanici. La loro funzione è prevalentemente comunicativa: annunciano qualcosa.”

C’è da chiedersi poi di quale epifania questi oggetti oggi si fanno carico, che tipo di valenza hanno, se sono ancora in grado di attivare nella nostra mente momenti e desideri. O se rimangono eccezioni di ricerche private, sofisticate e intellettuali, come quelle raccolte nel primo “anello” – le Ossessioni magistrali – che si stringe attorno all’Atlante e raccoglie opere e documenti di maestri come Ettore Sottsass, Piero Fornasetti, Carlo Mollino, Gaetano Pesce e Alchimia.

Forse oggi quest’epifania si rivela maggiormente uscendo dal mondo delle immagini, delle analogie e delle rappresentazioni, ma rivelandosi nel rapporto empatico con le cose, dove si fa intendere senza rivelare. Se fosse così, ecco perché tra le istallazioni Site Specific (otto i progettisti invitati) le superfici di silicone bianco, nei vasi di Nendo (Shivering-bowls), mosse dallo spostamento d’aria, provocano straniamento e desiderio senza includere alcun riferimento esplicito al sesso, e senza escludere la purezza sempre presente nel lavoro di Oki Sato.

Agiscono a un livello più profondo, come nel “giardino delle delizie” di Italo Rota (Maneggiare con cura), territorio alla Bosch attivabile “a manovella” dove la natura si offre come porta per derive erotiche, ma dove nulla è rivelato, rimanendo un vettore grazie al quale ognuno vede ciò che vuole vedere, scavando nell’oceano infinito della mente.



Inversamente, nell’architettura di Lapo Lani (Tempeste cieche), buia e scabra, tempestata da “segni” tragici e osceni, non si entra. Gli interni di Matali Crasset (Chuchotements) e Nigel Coates (Picaresque) rimangono possibili scenografie che indurrebbero alla relazione erotica tra i corpi, ma di fatto il compimento non è un dato, e Unknown Shell di Nacho Carbonell interpreta il mistero dell’attrazione e della procreazione progettando un cocoon dentro cui tuffarsi e da cui farsi espellere.


E infine, rovesciato nuovamente il problema, e con l’immortalità che distingue il suo lavoro, Andrea Branzi (la cui installazione, Karma. Independent Design Secession, apre la mostra) identifica nell’Eros “la manifestazione dell’energia cosmica che attraversa l’Universo.” Espressione della potenza creatrice che muove il mondo nell’India antica, parte di una innocente e raffinata concezione della vita nella Roma latina, mistero erotico dell’amore nell’Oriente, mito letterario nel Rinascimento, il Kama – lungi dall’idea di apparire provocatorio – è da intendersi allora come Karma,  “l’alone sacro che circonda il corpo degli uomini.”

N.B. Maggiori immagini dell’allestimento saranno disponibili dalla prossima settimana.

KAMA. Sesso e design
5 dicembre 2012 – 10 marzo 2013

Triennale Design Museum
Viale Alemagna, 6, 20121 Milano

T. +39.02.724341
www.triennaledesignmuseum.it