Non potrebbe essere più solidale, internazionale, emozionale, il design che fa bene al cuore e agli occhi. Il design che c’è e che ci piacerà è un patchwork di suggestioni, si apre ai mondi, è solidale e molto femminile, recupera il passato e recupera i materiali è attento nel dare valore al processo culturale e studia i linguaggi di tendenza. Soprattutto, apre le porte a un collezionismo contemporaneo. Significa che il design, dopo aver cambiato il modo di vivere degli italiani, ha insegnato il gusto dell’estetica, della ricerca di un prodotto come piacere accessibile e dunque si è fatto strumento sociale, non più di nicchia ma aperto a tutti. E tutti collezionisti nel momento della scelta e dell’acquisto. E il made in Italy ha cominiciato a fare il giro del mondo e a diventare leader nei materiali innovativi, le maioliche, il gres.
 


 

L’alchimia è un po’ questa secondo Paola Colombari, gallerista di Art Design, antesignana del movimento modernista in Italia. «Il design oggi ha assunto una sua indipendenza dai movimenti storici, tanto che si creano opere sempre più estreme, molto vicine all’arte e a un artigianato puro, contenitore di sperimentazione. La tendenza del futuro è più simile al remake che non al vintage, spesso in chiave ironica: le sedie rielaborate e bruciate antesignane della poltrona Proust Mendini venduta anche in plastica, il tavolo in acciaio e fascine d’arte povera, o la seduta spaziale». 

 

E sempre su questi temi si è aperta venerdì una mostra nel Principato di Monaco dal titolo illuminante, «Voyage au bout du temps»: un designer italiano, Matteo Casalegno, un fotografo belga, Harry Gruyaert e un artista Nicus Lucà, si interrogano sul valore del tempo e delle suggestioni visive e tattili. Dice Casalegno: «Il mio lavoro può essere considerato come il dialogo tra scultura, architettura e design. Il risultato sono oggetti emozionali e funzionali, caratterizzati spesso dall’uso di materiali di recupero o antichi associati ad altri naturali e contemporanei come vetro, ferro e pietra». In linea la mostra Wabi Sabi Slow Design di Torino, curata da Federica Martinetto e da Silvia Ariemma che raccoglie dodici designer che sperimentano, attraverso l’artigianato, il linguaggio creativo dal design all’art-design con opere come l’installazione-lampada di Analogia Project in lana, metallo e nylon oppure i mobili ricoperti all’uncinetto della giovane Alessandra Roveda, o la libreria scomposta di recupero di Casalegno; il video pluripremiato di Paolo Casalis, «Eretici nell’Italia dei capannoni», nel quale dà parola a tre personaggi che si interrogano sul degrado culturale e paesaggistico dell’Italia, infine la sedia per bambini, una scultura che sembra una trottola antica vista e realizzata con gli occhi di un bambino.  

 

Spostando il panorama, ecco la professionista del riciclo, Costanza Algrandi, artista-artigiana che crea cercando il materiale abbandonato in riva al mare, legni, grondaie, pezzi di copertone o Paola Navona, disegnatrice di sedute concepite in un assemblaggio di noccioli, plastica riciclata e scarti di lavorazione dei pannolini. 

Richiami etnici anche per Stella Jean, designer di origini haitiane che dei gioielli fa soprammobili evocativi e che sarà in mostra a Cortina (7-9 dicembre) nello spazio Franz Kraler, per l’undicesima edizione del Fashion Weekend, tra arte, moda, design. «Essendo io stesso frutto di un miscuglio di razze e di culture cerco di promuovere l’integrazione anche attraverso i miei oggetti, frutto di lavorazioni millenarie, di gesti antichi, di artigianalità». In mostra anche l’artista Carla Tolomeo che ha rivisitato il tema della poltrona come strumento d’esplorazione dell’immaginario, del surreale fiabesco e dell’onirico, addomesticato alla sfera del domestico privato senza privarsi d’ironia; perché la seduzione del sogno può passare persino per una sedia. Ciliegina sulla torta, oltre al valore sociale ed ecologico, la spinta benefica a che l’orgia di shopping non sia fine a se stessa: la mostra si chiude con un’asta di Baby nel cuore per l’adozione a distanza.