Intervista a una designer
francese
dall’aria deliziosamente assorta, che disegna
oggetti delicati e scappa dai professionisti del marketing: Inga
Sempé
spiega perché il fatto che sia un progettista
donna non cambia nulla e come mai se smettesse di disegnare così
tanto – e rigorosamente a mano – scriverebbe dialoghi per il
cinema. Ma nel frattempo, e per fortuna, continua a disegnare per
brand come Cappellini, Baccarat,
Moustache e Edra. Mentre difende
benissimo i suoi segreti e si spaventa appena gliene chiediamo
uno…

Inga come sei finita a fare l’industrial
designer?

Principalmente perché mi interessano gli oggetti e tutti gli
universi intorno a loro: produzione, tecniche, sistemi, negozi…
Parlo anche italiano perchè da studente ho fatto due tirocini a
Milano, dopo aver studiato in un scuola pubblica di design
industriale a Parigi, l’ENSCI.
Ho anche fatto uno stage di sei mesi con Marc Newson, sempre dopo
la laurea, durante il quale ho imparato come sia importante capire
tutti i tempi tecnici dello sviluppo di un oggetto per rimanerne il
”capo” e non essere schiacciato dagli ingenieri o dal marketing,
cioé da gente che non ha lo stesso scopo del designer.

Un sogno nel cassetto, della tua
scrivania?

Concepire elementi architetturali standard, tipo porte e finestre,
elementi  usati nella costruzioni delle case nuove che quindi
hanno grande importanza sui paesaggi delle città e delle
campagne.

E un sogno personale?
Avere un balcone oppure una terrazza nel mio futuro appartamento
parigino!

Diresti che c’è un progetto che ti definisce come
persona?

Non voglio essere definita da un progetto solo!  Essere
definita così significherebbe correre il rischio di essere ridotta
a una definizione; quindi togliermi la libertà di esplorare in
altri campi un po’ diversi…

Qualcosa che vorresti cambiare nel tuo
lavoro?

Lo sguardo ‘scemo’ e pieno di cliché sulle donne designers –
spesso ritratte dalla stampa in un modo che non ha senso. Non
esiste un design femminile, così come non esiste un design
maschile. Le particolarità di un designer sono definite dal
risultato:o è buon design o è cattivo design…

Una memoria di bambina che ha cambiato la tua prospettiva
sulle cose?

Quando avevo sette anni mi hanno cacciata dai corsi di catechismo
perché non ero battezzata. Mi sono sentita fiera di non fare parte
di questa fetta di popolazione stretta di mente.

L’ispirazione arriva da…?
Dal lavoro! Un lavoro penoso e lento… Perché sono molto lenta in
effetti. Disegno tantissimo, a mano, ripetendo molte volte le
stesse forme, che esistono già, fino auscire da queste per crearne
altre. Non credo a quelli che dicono che l’ispirazione arriva dalla
musica che ascoltano. Non so come si fa a disegnare un cucchiaino
così, anche se la musica é bella.

Se non potessi fare questo mestiere cosa
faresti?

Scriverei scenografie, perché m’interessa tantissimo il cinema; le
situazioni e i dialoghi originali sono pochi secondo me e, quando
lo sono, mi viene voglia di provare a farlo anch’io.

Un sogno ricorrente?
Non riesco a fare una telefonata perché non posso pigiare i numeri
giusti, mentre è molto urgente.

Tre oggetti di design che vorresti possedere a tutti i
costi?

Secondo me è assurdo dividere gli oggetti tra oggetti di design e
oggetti di non design. Non capisco cosa siano gli oggetti di
design. Tutti gli oggetti, anche i più brutti, anonimi, o poco
costosi sono oggetti di design! Perché sono concepiti da designers
– anche se sconosciuti. Compro pochissime cose e non sento mai la
mancanza di un oggetto specifico. Ecco, adesso mi manca forse un
bel lavandino da toilette. Ne sto disegnando alcuni per Globo. Che
in effetti, conferma che a me interessa disegnarli gli oggetti, non
possederli.

E un segreto?
Non è il Grande Frattello, no? Non voglio creare nessuna falsa
intimità e non voglio coindividere un segreto con sconosciuti.

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