testo di Angela Rui

Si è chiusa da qualche giorno BIO23, la ventitreesima edizione della Biennale di Design, che dal 1964 ha luogo a Lubiana. A posteriori ciò che rimane – enigmatico e crescente – è l’interesse verso una selezione di lavori che fino a qualche anno fa mai sarebbero stati scelti in rappresentanza dell’attuale espressione del design internazionale.
Edizione anomala e avanguardista, BIO23 – diretta da Matevz Čelik – ha saputo valicare la classificazione disciplinare sulla quale aveva scritto il suo statuto, aprendosi definitivamente a temi di interesse più ampio, diffuso e condiviso su diverse piattaforme, tra cui scienza, salute, macchine e processi, data processing, contro-reazioni. In breve, vettori di evoluzione e mutazione.

Vedere e capire progetti che nutrono (ed elaborano) processi naturali, biologici e chimici, anche grazie a nuove tecnologie accessibili, significa accettare che i designer oggi operano in un programma globale di nuove forme di produzione. Nanotecnologia e biotecnologia, scoperte scientifiche nell’era della digitalizzazione divengono territori praticabili, informazioni condivise che non hanno più geografie privilegiate, in un mondo dove tutto è connesso e digitalmente a portata di mano.

Manipolare batteri non è poi così diverso dal plasmare materiali. Progettare profumi ingeribili non è poi così lontano dall’immaginare il taglio di un abito. “I designer immaginano”, (si riappropriano o generano?) “un mondo in cui gli esseri umani dipendono dai microrganismi, dagli animali e dall’agricoltura umana”, raccontano le curatrici Margriet Vollenberg and Margo Konings di Organisation in Design.

E così facendo provocano intersezioni di generi molto lontani, che producono risultati perturbanti, mai praticati, in grado di spingere la prassi progettuale così come la ricerca scientifica verso risultati tanto inaspettati quanto necessari. Collaborano con scienziati e specialisti che operano al di fuori del mondo del progetto e insieme ridisegnano, ingegnerizzano e costruiscono nuovi sistemi biologici senza precedenti.

Producono nuove necessità, nuove esperienze, micro-settori di innovazione che con una certa libertà incidono sul sapere metodologico classico. Dunque a Lubiana non si è trattato di assistere a uno “styling” del mondo abitato, saturato da una moltitudine di oggetti sempre uguali a se stessi. Ma si è capito che i confini tradizionali della professione sono già stati varcati, e assistiamo, attraverso una lenta e paziente rivoluzione, ad una nuova progettualità che ridefinisce senso, significato e oggettivazione di ciò che ancora intendiamo con il termine Design.

 

Utilizzando codici e formule di un database chiamato Partsregistry, utilizzato da biologi e scienziati ma consultabile online da chiunque, Tuur van Balen converte lo yoghurt in Prozac manipolando i codici del dna dei batteri.
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Tuur van Balen, DNA Hacking Yoghurt, 2011.

Appassionato d’ibrido tra naturale e artificiale, Stefan Schwabe esplora l’uso di microrganismi x produrre nuovi materiali. Manipola il Kombucha, the antichissimo fermentato in una massa solita macroscopica, e ne sfrutta il processo di fermentazione per plasmare la cellulosa in forme tridimensionali.


Stefan Schwabe, Living Artefacts, 2012

Susana Soares incorpora le abitudini e le competenze del regno animale per indagare nuovi temi, processi, metodi relativi alla salute pensati in chiave alternativa rispetto alla medicina tradizionale. Come in Bee’s Diagnostic Tool, dispositivo in vetro pensato per sfruttare la capacità delle api di riconoscere attraverso gli odori condizioni mediche attraverso l’espirazione fatta nel dispositivo. [Collabora con centri ricerche London Beekeeper Association e Bee Research team al Rothamsted Research].



Susana Soares, Bee’s Diagnostic Tool, 2007-  

Lucy McRae ha collaborato con un biologo sintetico per progettare Swallowable Parfum, pillola ingeribile che permette alla pelle di rilasciare il profumo per effetto della trasudazione.




Lucy McRae, Swallowable Parfum, 2011

Eric de Laurens produce e utilizza un nuovo materiale ottenuto al 100% dalle squame di pesce, senza aggiungere alcun additivo se non un pigmento naturale per la colorazione, sfruttando una risorsa che l’industria considera scarto.




Eric de Laurens, The Fish Feast, 2011

Lieske Schreuder crea un laboratorio dove tiene sotto osservazione le lumache mentre mangiano carta colorata, e nota che i loro escrementi risultano anch’essi colorati. Con una macchina da lei progettata Lieske elabora la materia prima in un materiale che può essere tanto tessuto quanto stampato.



Lieske Schreuder, Snail Laboratory, 2012

Joris Laarman utilizza un materiale geneticamente modificato, creato con il Department of Tissue Regeneration del MIRA Institute for Biomedical Technology and Technical Medicine dell’Università di Twente (Olanda), per generare una lampada bioluminescente il cui materiale è arricchito con il gene luciferasico delle lucciole.


Joris Laarman, Halflife Lamp, 2010