UFFICIO PERSONALE

La casa-laboratorio della direttrice della Fondazione Bisazza: i mosaici in vetro
colorato diventano tema di eventi. “Racconto storie tramite gli oggetti che creo”

di ANNAMARIA SBISA’


Didero, arte, design e mosaici il rifugio dove nascono mostreMaria Cristina Didero

Fresca di laurea in Storia dell’Unione Sovietica, attratta dalla combinazione di carta da zucchero e bordeaux, compra il primo pezzo di design, il bollitore Alessi che ora stiamo utilizzando sedute dietro la vetrata di una cucina che depista dall’ingresso, in cui il tema alimentare deraglia su vasi e oggetti, depistando i pensieri. Il bollitore, più precisamente l’uccellino posizionato in alto per farlo, fischia: «Prende vita ogni volta, è un oggetto cinico e magico, racconta una storia».

Depistati al momento restiamo, in questa luminosa casa fine Ottocento  pavimenti e stucchi lo testimoniano  l’affaccio sulla chiesa tonda e imponente dietro Porta Venezia, l’interno apparentemente leggero come una nuvola. Eppure, decifrato da vicino, tutto è storto, messo di sbieco o vagamente inaspettato, nebulosi solo i legami tra le cose. Molta l’arte, il design certamente, ma più ancora un’arte dell’effetto ottico, con cui Maria Cristina Didero, già al fianco di Vitra Design Museum e ora direttrice della Fondazione Bisazza, evidentemente vuole convivere. Forse, avendo anche l’ufficio in questa casa, la curatrice così dilata le possibilità dello stesso abitare, come dilata quelle del suo lavorare: «Capire come funziona un museo oppure montare una mostra è sempre interessante, ma ancor più raccontare storie attraverso gli oggetti, con il taglio curatoriale».

L’ufficio di Maria Cristina Didero GLI ALTRI UFFICI L’ufficio di Giuseppe Liverani Nicola Guiducci Antonella D’Errico Carla Saibene Paolo Santini Alberto Levi Emanuele Soldini Pia Bianchi Costanza Algranti Fabio Novembre André Malbert Francesca di Carrobio Alberto Alemagna Alessandra Rovati Vitali Gianmaria Beretta Calogero Rindone Davide Giudici Luca Arminio Tatiana Souchtcheva Massimo Coppola Roberto Peregalli Monica Castiglioni Luca Lucini Lo studio legale Iannaccone I servizi di Pupigia L’agenzia Vigevani Annette Hoffman Giancarlo Caremoli Dario Cerquoni Franco Raggi Elena Cova Pecori Giraldi Luca Maria Pinoli Stephan Janson Centro Veterinario San Siro Moncada di Paternò Il Numero 9 Secretary.it Nauta Yachts Fondazione Ferré Yoox.com XGLab Umberto Angelini Sorelle Ascoli Cino Zucchi Famiglia Etro Agenzia Tita Alberto Saravalle Stéphane Lissner

Sono più di dieci anni che Didero progetta le Vitra apparizioni in Italia, mentre ora, per l’apertura della Fondazione Bisazza a Montecchio, affronta la storia del mosaico di vetro colorato con una mostra bianca e lineare, protagonista il re del minimalismo John Pawson. Il depistare fatto ad arte. Siamo nella sala, sul divano il cui tessuto bianco sembra aggiungere bianco, mentre la rete della lampada Patroclo sembra lottare per imbrigliare la luce dietro il vetro, dovrebbe arrendersi. Sulla mensola di sbieco sfilano coppie miste, vaso con Bacio di Fornasetti e pinguino di ceramica, un buddha thailandese e il portazucchero di Lobmeyr, due figurine greche dei fratelli Campana e un paio di vetri Chandelier.

Perché tutto bianco? «Perché lo puoi fare tuo in ogni modo, è un colore aperto». Magnanimo, regna e non discute se attorno al tavolo di Jean Prouvé  eleganza modernista anni Quaranta  convivono gli anni Settanta della libreria, il barocco della cassettiera Luigi XVI, un classico tanto quanto la Rocking Chair di Charles Ray Eames, di bellezza certa e dondolante. Ci spostiamo, l’apologia del bianco lascia posto al verde lime delle sedie, queste non dondolano e invece puntellano la giornata di lavoro di Maria Cristina: siamo entrati nell’ufficio, sul balcone l’edera arrogante mangia il ciclamino, il nespolo cittadino le fa invece compagnia.

Notiamo il calendario fisso sul 7 e il vaso di Alvar Aalto bianco latte, una fissazione, la tanta arte appesa in giro che intreccia passione e amicizie e richiama il SÌ arancione appeso in salotto, opera d’arte di Pietro Sanguineti che collega tutto, si torna al calendario fisso sul 7: il SÌ è il regalo del marito (Flavio Del Monte, responsabile della comunicazione Trussardi) per il matrimonio celebrato in Campidoglio il giorno 7072007.

Torniamo in studio. La scrivania di vetro, come paiono gli occhi di Maria Cristina, è semivuota: «Cerco di tenere pochissimo, a sinistra le cose da fare, a destra quelle fatte». La Didero se lavora non dondola, nemmeno nell’aspetto: «Quando mi sveglio, come se dovessi uscire, arrivo qui vestita perfetta e mi chiudo dentro, scrivo articoli, penso a mostre e progetti, le telefonate in macchina, quando mi muovo per appuntamenti».

A un certo punto ci si riposa, in un letto tagliato a laser da Paola Navone, una scala d’acciaio di Oskar Zieta è appoggiata sul bianco della parete, lei ci appoggia gli abiti, le tende sfoggiano pavoni e mongolfiere, il romantico è in tinta fluo, tutto è a tratti forti, quando si accende il lampadario di Naoto Fukasawa sembra di essere sotto i ferri: «Il design aiuta la quotidianità». Anche in bagno, se ci s’infila in una vasca tagliata di sbieco, il portadoccia di conseguenza, l’armadietto in vetro d’estetica chirurgica, i ganci talmente di design da farsi male, l’arte appesa, tanta e bella, da spavento quotidiano.