«La rovina della pala del Canova è un fatto disastroso, ma a più di un mese di distanza da quel 2 agosto dico che dobbiamo evitare di continuare a piangerci addosso e rimboccarci le maniche, assumendo un atteggiamento propositivo, ad esempio ponendo le premesse per far nascere una scuola di restauro delle opere d’arte, che appartiene al nostro Dna e che aprirebbe molte prospettive di lavoro per i nostri giovani.».
Il professor Paolo Belardi, direttore dell’Accademia di Belle Arti, ha aspettato un po’ di tempo prima di parlare in maniera ufficiale, un po’ perché i rilievi dei periti sulla pala di 2 quintali e mezzo, larga 2,5 metri per 1,5 erano e sono ancora in corso (il danno equivale a circa 700mila euro, la gipsoteca è infatti chiusa e transennata), un po’ perché tirato per la giacca in questi ultimi giorni da polemiche locali e nazionali che lo hanno messo suo malgrado sul proscenio. E non certo in maniera positiva. «Sono molto amareggiato, come direttore dell’Accademia, perché credo che nell’emergenza le forze di una città dovrebbero aggregarsi e non lacerarsi, ma anche e soprattutto come persona, perché la sincerità nei rapporti umani è per me, tuttora, un valore irrinunciabile. Non scopro l’acqua calda dicendo che tutto è partito da una intervista rilasciata da uno studioso perugino che ha contestato la decisione di dedicare una mostra al Canova ad Assisi, sostenendo implicitamente che senza la mostra non ci sarebbe stata la necessità di trasportare “la morte di Priamo”, che non sarebbe caduta. Ma la cosa più grave è che mi viene attribuito un concetto che non ho mai espresso e che mi è notoriamente estraneo dal punto di vista culturale (“il legame tra Assisi e Canova va ricercato nell’armonia che rende affini l’arte del sommo scultore e l’inno al creato di Francesco. Ma basta tale generica, ancorché lirica, liaison, per individuare la location di una mostra del genere?”). Del resto, dopo la conferenza stampa di presentazione dell’evento, tutti i quotidiani hanno riportato correttamente il mio pensiero (fatta eccezione per un sito on line, al quale evidentemente il mio censore si è riferito), cioè il ricordo della solidità del vincolo, culturale e affettivo, che legava Antonio Canova all’Accademia perugina, di cui era socio emerito sin dal 20 gennaio 1812. Invece su quella frase “apocrifa”, sulla inattendibilità della fonte, è stato imbastito una specie di “processo mediatico”: sul Fatto Quotidiano, che con un articolo di Tomaso Montanari ha parlato di “esilaranti scempiaggini”, durante la rassegna stampa della trasmissione radiofonica di Radio3 “Prima pagina”, condotta da Sergio Rizzo e persino durante la Fiera del libro di Mantova. Battute sarcastiche sulla mia persona ma anzitutto sull’Accademia che rappresento».
Posto che ognuno risponderà delle proprie azioni, torniamo al concreto: siete stati accusati di omertà e inoperosità.
«A parte la necessaria riservatezza imposta dagli accertamenti, il giorno stesso dell’incidente abbiamo diffuso un primo comunicato stampa, che ha ammesso senza ipocrisie l’errore umano commesso dagli operai dell’impresa specializzata, prescelta peraltro dall’organizzazione della mostra, così come in seguito un’ampia documentazione fotografica che ha mostrato lo stato eccezionalmente rovinoso della pala. Cosa avremmo dovuto fare, essendo soggetti agli accertamenti di rito da parte dei periti dell’assicurazione, mettere il filmato ripreso dalle telecamere di sicurezza su “YouTube”? Siamo veramente giunti a un tale punto di delirio per cui la prudenza e il rispetto delle procedure sono scambiati per omertà? Ancora: si è sostenuto che avremmo dovuto riaprire subito il museo, perché la seconda parte dell’estate coincide con il periodo di massima affluenza turistica. Ma si dimentica che, nel caso delle opere d’arte in genere e ancor più nel caso di un calco in gesso, il recupero dei frammenti è parte integrante dell’operazione di restauro. Basta pazientare: la redazione del progetto di restauro da parte della Soprintendenza è ormai imminente».
Quindi può confermarci che si andrà ad un restauro dell’opera, seppur malridotta?
«Sì, nonostante la sostanziale irrecuperabilità nella sua piena integrità artistica, stiamo esplorando la possibilità di allestire negli spazi dell’Accademia un laboratorio dedicato al restauro della pala, periodicamente aperto al pubblico e continuamente visitabile in modo virtuale a mezzo web cam. E per far questo ci siamo già avvalsi della consulenza preventiva dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma, in sinergia con la Soprintendenza. Sarà certo un restauro “lacunoso”, perché le parti andate distrutte non si possono ricostruire, non avrebbe senso rifare quello che non c’è più. Prima di stracciarsi le vesti, però, sarà bene aspettare che l’opera venga ricomposta con tutti i frammenti recuperati».
Professore, teme una ricaduta negativa sull’inizio del nuovo anno Accademico, sulle iscrizioni?
«Assolutamente no, visto che non abbiamo la benché minima colpa e trasformeremo una notizia negativa in una positiva, cercando di aprire una scuola di restauro delle opere d’arte, volta soprattutto alla conservazione dell’arte contemporanea, che come noto è particolarmente deperibile. Perché restaurare i gessi di Antonio Canova è un’impresa difficile, riservata a pochi specialisti, ma lo è altrettanto per i cellotex di Alberto Burri o i decollages di Mimmo Rotella. E il dato interessante è che, in questo settore, la nostra città è già un polo d’eccellenza: penso allo Smart costituito nell’Università di Perugia da Antonio Sgamellotti e Brunetto Brunetti. Quanto alla sua domanda, proprio in questi giorni stiamo rinnovando in modo sostanziale il corpo docente, espletando più di cinquanta concorsi volti a selezionare altrettanti professori a progetto, e proprio in questo fine settimana stiamo portando a compimento un workshop ad Ora, nel cuore dell’Alto Adige, che prelude alla possibile apertura di una scuola triennale di scenografia gestita a distanza dalla nostra sede».
Che cosa intende per idee condivise? Si rivolge al mondo della cultura e della politica?
«Parlerei di comunità, che dovrebbe smettere di spararsi addosso solo per conquistare le prime pagine dei quotidiani. La speranza è dai frammenti della pala canoviana possa rinascere una scuola di grandi artisti-artigiani, così come nella tradizione ereditata dalla Perugia postunitaria. In fondo la nostra gipsoteca è nata ed è cresciuta nel corso dei secoli non per essere contemplata, ma per formare nuovi talenti. Ed è ora che lo snobismo asfittico di certe vecchie Cassandre, che ci hanno portati allo sfacelo economico-sociale, ma soprattutto morale, lasci spazio alla pulizia e alla creatività dei giovani. Chi mi conosce sa bene l’amore viscerale che nutro per il passato, in fondo ho pubblicato più di venti monografie incentrate sulla storia dell’architettura della nostra regione, ma credo anche che, oltre che continuare a preoccuparci di conservare le opere, dobbiamo cominciare a preoccuparci di conservare il diritto al lavoro e quindi alla dignità dei nostri figli».